Il 17 settembre 2025 è stato approvato definitivamente il DDL S.1146-B, prima legge italiana che disciplina in modo sistemico l’uso dell’intelligenza artificiale (in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale).
Un testo che si aggancia al Regolamento (UE) 2024/1689, AI Act, e mette nero su bianco un principio tanto semplice quanto dirompente: l’IA non è un fine, è un mezzo; e va governata.
Un concetto che chi lavora davvero con l’IA quella nei processi, non nei post conosce bene.
La domanda, ormai, non è più “che cos’è l’IA?”, ma: “che cosa me ne faccio, come la uso, che cosa risolve e che cosa rischio?”.
Risposte che non si trovano nei tutorial sui Social e neppure su Google, ma nel disegno dei flussi, nella cultura organizzativa e nella capacità di prendere decisioni informate.
Una legge che sembra il riassunto del mio metodo
Leggendo il testo, mi sono ritrovato.
Molti principi del DDL trasparenza, tracciabilità, responsabilità umana, sicurezza, etica, proporzionalità sono da tempo le colonne portanti del mio metodo.
L’ho chiamato P A C E: è un acronimo, ma anche un messaggio.
P – Potenzia.
L’IA libera tempo: svolge le attività ripetitive, quelle che facciamo a fatica e controvoglia. Restituisce energie, non le assorbe.
A – Attiva.
Attiva competenze, collega dati, crea rete. Non è una bacchetta magica: è un moltiplicatore di valore se collocata al posto giusto.
C – Consapevolezza.
Nessuna IA regge se chi decide non sa perché sta decidendo. La norma lo ribadisce: l’IA non può diventare l’alibi per smettere di ragionare.
E – Equilibrio.
Tra umano e macchina, tra automazione e responsabilità, tra velocità e direzione. Equilibrio non significa lentezza: significa lucidità.
Cosa cambia (davvero)
Nel concreto, la legge:
definisce chi fa che cosa (AgID, ACN, Presidenza del Consiglio, Ministeri, organismi tecnici); detta regole per PA, sanità, giustizia, lavoro, professioni;
attiva un fondo da 1 miliardo di euro per le imprese innovative;
riconosce che l’adozione dell’IA nei processi decisionali, clinici, amministrativi o produttivi non può più essere lasciata all’improvvisazione.
E lo fa con una chiarezza che per una volta sa di pragmatismo: chiede responsabilità senza bloccare l’innovazione, pretende trasparenza senza soffocare la sperimentazione, vuole regole chiare ma lascia aperta la porta al futuro.
La parte che non dice (ma è essenziale)
C’è però qualcosa che nessun decreto può scrivere: la cultura.
L’IA non è solo uno strumento da regolare: è un cambio di paradigma. Serve un modo diverso di pensare, progettare, decidere. Serve la capacità di governare l’intelligenza artificiale con intelligenza umana.
Qui si apre uno spazio che professionisti, formatori, IA manager e chi ha lavorato sul campo prima delle leggi sono chiamati a colmare.
Il DDL 1146-B è una buona notizia, ma non risolve tutto. Tra l’approvazione e l’impatto reale ci sono:
la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale;
i decreti attuativi;
la formazione delle persone;
e quel processo lento ma decisivo che chiamiamo cambiamento culturale.
Nel frattempo, chi ha iniziato prima può fare da guida: con metodo, con rispetto e perché no - con un po’ di ironia.
Perché, se l’intelligenza è artificiale, il pensiero lasciamolo umano.
Tony Marchese


